
Italia, Milano 2020
Progetto: Luciano Giorgi


Adagiandosi sulla preesistenza, una casa borghese milanese, il disegno degli interni è stato minimo, pochi interventi, piccole aggiunte là dove mancava il necessario.
Le pareti sono rimaste invariate, solamente i colori e le trame sono cambiati, combinati con un arredo fatto di pochi elementi, accuratamente selezionati, mischiando un design sia milanese che internazionale con l’arte che fin dall’ingresso, si fa prima abitante della casa.
L’avvicinamento al progetto in punta di piedi, e l’intento di non peccare per eccesso, hanno portato come risultato ad una casa in cui lo spazio è strettamente legato agli oggetti e agli affetti, mantenendo tutto ciò che poteva essere mantenuto.
In questo contesto, fatto di emotività e legami forti, il disegno ha fatto da contrappunto, pochi interventi mirati solamente al ripristino delle funzioni essenziali andando ad aggiungere la cucina in Inox con gli alti pensili in vetro stampato che se accesi evocano quasi le Delocazioni di Parmeggiani, un piccolo tavolo in legno pieno che pesa sul pavimento originale, le panche in cuoio e la cabina armadio in legno scannellato blu.
L’approccio narrativo alla progettazione, come da mia abitudine eclettico senza autoreferenzialità e basato sul cliente, si svolge a più capitoli. Il primo è dato dal forte legame con l’arte di Martina, gallerista di arte contemporanea che porta dentro la casa tanta arte astratta del padre, Turi Simeti, e il lavoro narrativo e concettuale (solo apparentemente decorativo) del cugino Francesco Simeti la cui carta da parati (Gigli, Gladioli, Briganti e Emigranti, 2013, wallpaper pattern>Courtesy Francesca Minini, Milano) racconta dell’emigrazione dei siciliani verso l’America in seguito ai tanti terremoti dei primi anni del Novecento che hanno devastato la Sicilia, terra d’origine della famiglia Simeti.
Accanto alla wallpaper la lampada Serrata sempre di Francesco il cui nome allude ad un termine botanico che indica la forma delle foglie seghettate e gioca sull’ambiguità con il mondo delle armi.
Gli altri artisti- tra questi Piero Dorazio, Antonio Calderara, Alberto Burri, Giuseppe Chiari, Alberto Garutti – presenti con le loro opere all’interno della casa, sono anche amici con cui negli anni sia il padre Turi che Martina hanno stretto forti legami personali trasformando una collezione in una raccolta di opere amiche. Corrado Levi (courtesy RIBOT gallery), Cinzia Ruggeri (courtesy galleria Federico Vavassori), Kaspar Müller (Courtesy Galleria Federico Vavassori, Milano) fanno parte dell’ultimo percorso di Martina gallerista.
Oltre a questi anche anche opere di artisti della scuderia di Martina come Mimosa Echard e Davide Stucchi. Il tappeto rosso di Garutti (Piccolo spazio tra due poltrone e una sedia 1993/2015, 6 strati di moquette, 220 x 280 x 10 cm, Unique) dalle forme quasi architettoniche, su cui poggia la lampada Valigia di Sottsass e che accoglie all’interno delle sue forme ritagliate la lampada Bul-Bo di Gabetti Isola, ribadisce l’idea di abitabilità dell’arte nella casa cosi come il tavolo Rosa dei Venti di Mario Ceroli che dal centro dello spazio pranzo fa da bussola, indicando i punti cardinali.
Di fronte la poltrona Karelia in sky bianca by Liisi Beckmann, su cui poggia la lampada di Bless che vive in osmosi con essa. Sempre di Alberto Garutti lo specchio forato in camera da letto, ritratto della figlia di Martina Bèrenice.
Gli oggetti e il design con i quali l’arte dialoga e si mischia in tutta la casa, attingono perlopiù dalle collezioni della Galleria Luisa delle Piane con cui negli anni sia io che Martina abbiamo avuto modo di collaborare scoprendo affinità elettive, e costruendo un percorso condiviso.
Altro link forte è con l’Africa dove Martina ha vissuto, non che continente d’origine del compagno e scrittore gibutiano Abdourahman A. Waberi. Il colore terra della camera da letto pensata come un riparo avvolgente e monocromatico, ispirato alle architetture di terra del Mali, abbraccia sia le pareti che le tende realizzate in un pesante lino Dedar.
Queste sono sospese in due soli punti ad una corda come fossero frammenti di un tentes touareg; movimentate da carrucole restituiscono un movimento a la mobiles. In studio la scrivania custom realizzata in metallo con piano in seminato Seeds di Mipa.In tutta la casa sono i colori a dare nuova linfa rispetto alla preesistenza.
Su uno sfondo di grigi neutri sono stati usati i colori africani, i blu dei cieli, il color terra cruda delle architetture del Mali; i bagni bicolor verde e rosa amplificano i colori originali delle maioliche a rivestimento. In cucina il grigio più deciso esalta i toni metallici insieme col vetro dando maggior contrasto ai colori del cuoio e del legno, raccontando l’eterogeneità dell’approccio agli spazi.
Le diverse dimensioni che questa casa evoca, con la visibile stratificazione degli affetti e dei legami come fossero ere geologiche emotive, sono la prova della necessità di ognuno di noi di ricreare dei microcosmi personali, al di la del tempo.
Il compito di queste bolle è quello di restituire l’identità, di costituire un luogo fisico immediatamente riconoscibile dove sopravvivere in autonomia rispetto all’ubiquo e impersonale vortice della contemporaneità, al di fuori della tecnologia che detta oramai i ritmi anche delle cose più intime. In questa accezione, la casa, che è in definitiva il luogo ideale per la costruzione di questi mondi prettamente artificiali, ritorna ad essere puramente riparo.






